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Cinematic 3D render of a futuristic telecommunications network infrastructure, glowing 5G signal waves flowing between cell towers and modern digital data centers, dark synthwave aesthetic with volumetric studio lighting, corporate tech styling, 16:9 aspect ratio.Immagine Generata Artificialmente.

Il dibattito sul futuro delle frequenze radiomobili in Italia entra in una fase cruciale. Con le attuali concessioni in scadenza a fine 2029, il settore delle telecomunicazioni si interroga sulle modalità di rinnovo per il prossimo decennio. Nei mesi scorsi, l’AGCOM aveva tracciato una rotta orientata verso la conferma automatica dell’allocazione esistente per ulteriori otto anni, portando la scadenza al 2037. Una soluzione caldeggiata dai principali operatori storici per salvaguardare gli ingenti investimenti effettuati sulle infrastrutture di rete.

Il parere critico dell’AGCM e i rischi per la concorrenza

Tuttavia, l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) ha espresso una netta chiusura nei confronti di questa ipotesi attraverso il suo bollettino settimanale. L’Autorità antitrust teme che il rinnovo automatico finisca per cristallizzare gli equilibri di mercato attuali, penalizzando gravemente gli operatori meno infrastrutturati — come nel caso di Iliad — o ostacolando l’ingresso di nuovi player interessati a investire nel mercato italiano. La disponibilità di spettro, divisa tra frequenze basse, medie e alte, rappresenta infatti il fattore discriminante per determinare le performance e la copertura del servizio offerto agli utenti finali.

La proposta di una soluzione mista: tra stabilità e nuove regole

Consapevole dei rischi legati a un’asta totalmente ex-novo, che potrebbe destabilizzare finanziariamente il comparto e frenare lo sviluppo tecnologico a causa dell’incertezza sulle assegnazioni, l’Antitrust ha avanzato una proposta di compromesso. Lo schema prevede il rinnovo di una “quota congrua” di frequenze per garantire continuità, mentre la restante parte dello spettro verrebbe messa all’asta pubblica. Questa procedura competitiva, tuttavia, dovrebbe essere regolata da paletti molto rigidi, tra cui un limite massimo di spettro assegnabile a ciascun singolo operatore per evitare concentrazioni di potere di mercato.

Non al rialzo, ma orientate alla qualità e agli investimenti

Un altro elemento centrale della visione dell’Antitrust riguarda le modalità di assegnazione delle frequenze. Viene suggerito di superare il criterio delle offerte economiche al rialzo, privilegiando invece i progetti industriali ritenuti più meritevoli dal punto di vista tecnico e finanziario. L’obiettivo primario è accelerare la transizione verso il 5G Stand-Alone, evitando di drenare le risorse finanziarie delle aziende che devono concentrarsi sul deployment delle reti. Le assegnazioni saranno inoltre vincolate a cronoprogrammi rigorosi: in caso di mancato rispetto degli obiettivi concordati, le frequenze verrebbero revocate e riassegnate agli operatori più virtuosi.

Infine, l’Autorità ha bocciato l’idea di imporre accordi di servizio all’ingrosso tra i grandi operatori (TIM, Wind3, Vodafone e Fastweb) e i concorrenti minori come misura compensativa, giudicandola insufficiente rispetto al possesso diretto dello spettro. Mentre il Ministero delle Imprese e del Made in Italy valuta i prossimi passi istituzionali, è possibile approfondire la vicenda a questo link.